Tutto è cominciato con uno scambio, di abiti, di
oggetti, surrogati delle nostre identità sociali, delle maschere dietro cui ci
nascondiamo; abbiamo concluso con lo scambio delle nostre idee, emozioni, e di
strette di mano, di sguardi e - perché
no? - anche di lacrime. Ci siamo spogliati, almeno per un po’, dalle ingessature
cui ci costringono le convenzioni sociali e abbiamo provato il gusto di potere
andare al di là degli abiti e sentire che dietro di essi c’è una immensa
ricchezza di “diversità”, di
“differenza”, che prende forma dalla storia che abbiamo vissuto, dalle cose
che ci sono capitate, dai libri che abbiamo letto o studiato. Ecco, da queste differenti angolazioni, abbiamo guardato gli stessi film e, sempre meno convinti che il nostro modo di vederlo fosse l’unico o il più giusto, la nostra interpretazione la più idonea, ci siamo abituati a scambiare le nostre visioni, senza alcuna pretesa di verità. Perché se è pur vero che c’è una verità nelle cose del mondo, è certo anche che solo le differenti prospettive ne danno una qualche misura, accostandosi ad essa seppur marginalmente, in quanto essenza del nostro “stare al mondo”.
Dal Corpo travestito
dunque, con il quale abbiamo aperto la rassegna di quest’anno, ci siamo
spostati dentro tutto ciò che anima
il nostro corpo. Perchè Anima è la
sua vera sostanza, la sua natura, inseparata e inseparabile: il suo doppio. Non corpo-manichino, né corpo-oggetto della
scienza o corpo-da esibire, ma corpo senziente
, che desidera, che teme e che, nel riflesso dello sguardo altrui, scorge i suoi stessi tormenti e limiti. A
questo corpo è stata dedicata la riflessione di questo ciclo che a sua volta ha
avuto un suo “corpo” - il gruppo -
che, a partire dal capolavoro di
Wenders, è “caduto” attraverso parole e immagini nella ricerca di una possibile verità della realtà
del corpo e della sua esperienza, e della sua inesplicabile ambiguità, sempre
inconciliabilmente divisa tra la propria
appartenenza alla natura e il suo desiderio di trascenderla. Luogo - non
luogo, come è stato detto, entro cui la nostra presenza si espone all’altro
e dove ogni senso diviene strada per ritrovare il proprio senso, significato
del suo esistere: il corpo infatti è parola, linguaggio, ponte di comunicazione continuamente sospeso
tra l’Io e l’Altro, e la cui inafferrabilità diventa dannazione, malattia come
per George, il protagonista di Lezione di
piano, solitudine estrema quando siamo di fronte alla sua perdita come
abbiamo visto in A Single Man.
Pertanto il corpo si connota
come l’oscura sede del dubbio, dove una
ignota volontà ci dirige verso la più incerta della mete, la più ambigua delle
sue certezze, e per questo da sempre sfuggita, ignorata, o, al contrario,
manipolata. Perché, come sappiamo, il nostro più inattaccabile desiderio è
quello che il nostro corpo non ci tradisca mai né con la vecchiaia né con la
morte, e che quell’innata aspirazione all’eternità che un dio ci ha promesso,
senza alcuna certezza però, potrebbe forse
donarcela la scienza. Il progresso infatti, come nuovo dio, ci fa intravedere la possibilità di lasciarci
a lungo nella nostra carne - anche se fatta a pezzi - anche se svuotata di significato e di senso, e
quindi di anima. Questo è lo scenario
che l’illusione collettiva di immortalità potrebbe perseguire colludendo con
gli strumenti della scienza, con le possibilità aberranti delle sue scoperte e
che l’ultimo film ci ha proposto, forse per ricordarci che necessariamente ad
ogni inizio segue una fine e che ad ogni fine segue sempre un nuovo inizio.
Del resto l’anima scissa, relegata, o ignorata rimane sempre
in ogni aspetto del vivere, anche nelle sue aberranti manifestazioni.
Infine, parafrasando Kundera e la sua insostenibile leggerezza, il gruppo-corpo
che ha dato forma e vita a questo ciclo, è stato attore e testimone della sua
permanenza pur nel movimento e nella
variabilità dei suoi componenti, aderendo ad un progetto vitale che
gradualmente si è disvelato e compiuto in una identità precisa che, se
pure per una volta e una volta soltanto
è stata una unità vivente , lasciando le sue tracce in ogni singolo
partecipante. Questo è certamente il
maggiore pregio che l’intero ciclo ha avuto, cogliendo l’opportunità di essere
attraverso il linguaggio cinematografico il reale protagonista di una
esperienza culturale e psichica profonda.